SAN SERAFINO

La chiesa sorge sulle pendici dell' altopiano in un ansa del lago Omodeo. Scarse le notizie di archivio: all' inizio del secolo XVIII la chiesa risulta in uno stato di completo abbandono: non possiede neppure una cassa di legno dove riporre gli arredi sacri. Le infiltrazioni d' acqua mettono in pericolo là stabilità dell'edificio che richiede continui interventi di consolidamento. Si registrano lavori nel 1603-1651-1663. Nel 1657 vi è un solo"muristene" ; poi nel secolo successivo , ma soprattutto nell' Ottocento si da avvio a un notevole incremento edilizio: nel 1883 le casette erano già 44 di cui 17 appartenenti alla chiesa e 27 a privati. Esse furono costruite intorno alla chiesa e lungo una via- a quota leggermente piu' alta- prospiciente il fiume. Ma, oltre questi dati di archivio, la chiesa offre elementi per buna lettura piu' attenta e puntuale delle sue vicende. Durante i lavori di consolidamento delle strutture - verso il 1950- furono recuperati e in parte dispersi numerosi elementi ceramici. Alcuni di essi, di epoca tardo imperiale, attestavano l' esistenza nel sito di una costruzione ma gli elementi rinvenuti - in maggior parte frammentari - furono insufficienti per l'identificazione di essa : forse una villa o un edificio di culto. Una costruzione romana a San Serafino non appare improbabile .In località vicine furono rinvenute testimonianze di vita da riportare al medesimo periodo. Tra esse due iscrizioni ritrovate a " Sa Manenzia" - una nel 1885, l' altra nel 1887 da Giovanni Antonio Manca e dal figlio Giuseppe - furono mess in relazione con la strada "Karalis a Turre" la piu' importante arteria romana che raggiunta Fordongianus si dirigeva verso Abbasanta attraversando le campagne vicino a San Serafino. Lungo le vie romane sorgevano particolari strutture "mansiones" - oggi noi le chiameremmo stazioni di servizio - che offrivano ristoro ai viandanti , ai cavalli che trainavano i carri e che diventevano, talora, dei mercati perchè dalle campagne vicine vi confluivano i contadini per vendere i loro prodotti; con molta probabilità a "Sa Manenzia" vi era appunto una mansione . Il sito di San Serafino , protetto dai venti freddi , in prossimità di un corso d'acqua perenne, immersa in una vegetazione che ancora nel secolo scorso era ricchissima di specie, a ridosso di piccole fertili valli, presentava tutti gli elementi che favorivano il sorgere di una villa padronale e delle strutture ad essa attinenti. Sulla costruzione romana probabilmente nel secolo VII d.C. Venne eretta una chiesa bizantina a cui rimanda l'intitolazione. In Sardegna il culto del Serafino è presente solo in questa zona. Niente rimane di questa chiesa bizantina se non l'intitolazione ma l'alta frequenza della chiesa intitolata a Santi del calendario greco, attesterebbe nella zona - e in particolare a San Serafino- la presenza di monaci orientali attivi in Sardegna fin dal VI secolo d.C. ; essi, insieme al culto dei loro santi, diffondevano usi, costumi, pratiche agrarie costituendo nell'alto Medioevo un elemento importantissimo di cultura. Secoli dopo, in epoca giudicale, la chiesa bizantina fu ricostruita e ampliata in una forma che è giunta fino a noi pur con qualche modifica: un ambiente di pianta rettangolare ricoperto con tetto ligneo su capriate e abside semicircolare. La muratura riferibile a tale periodo- oggi quasi completamente manomessa- era a conci squadrati Nobisdi trachite rossa. Rimangono, invece, gli elementi decorativi esterni del prospetto e del fianco meridionale. Essi sono tutti di grande interesse. Nel prospetto, sulla porta trecentesca decorata a foglie lobate, si notano: una luce a forma di croce, una formella con l' Agnus Dei e lo stemma arborense. La formella porta le lettere A.D.Q.T.P.M.M.N. Che sciolte significano Agnus Dei Qui Tollis Peccata Mundi Miserere Nobis. In essa è rappresentato l' agnello con una croce imbandierata sulle spalle mentre calca il piede sopra il demonio che sta supino per terra,l' agnello volge lo sguardo verso il serafino con le ali dispiegate. La fiancata meridionale conserva una porta egualmente archiacuta , sopra la quale è scolpito un albero diradicato che - alla luce delle attuali conoscenze-risulta essere il piu' antico stemma del giudicato di Arborea. Fino a qualche decenio fa, era visibile , nelle mensole di sostegno dell' architrave, in altro elemento decorativo , ora completamente eroso dagli agenti atmosferici:di leoni stilizzati posti a dare maggiore risalto e nobiltà alla scena soprastante. Sull'architrave , infatti, è rappresentato un Serafino con figure di dignitari. Sulla sinistra forse due ecclesiastici: uno,barbuto con zuccotto e mantello, l'altro con un semplice mantello. Sulla destra due personaggi che dalla veste e dalla capigliatura sembrerebbero essere personaggi di rango elevato. Lo studioso Prof. Farris ha cosi identificato questi personaggi:" si tratta precisamente del Giudice Mariano IV di Arborea promulgatore di quella legge agraria che con la coltivazione estensiva ed intensiva della vita, aveva portato il risveglio economico del Guilcier e di tutto il Giudicato. Mar iano IV padre di Eleonora D' Arborea è qui effigiato nella trecentesca veste di legislatore e nel' atto di porgere all' Arcangelo Raffaele i frutti della sua carta agraria:il giudice arborense offre infatti simbolicamente alla chiesa , in grappolo d'uva..." La presenza di questi personaggi farebbe pensare a una loro attenzione alla chiesa;forse furono proprio MarianoIV e la moglie Timbora du Rocaberti a dotare la chiesa e volerla ricostruire :anche la vicina chiesa di San Pietro di Zuri ebbe come " operaria " la badessa Sardinia de Lacon , vissuta nel secolo precedente e congiunta di Mariano II. In epoca piu' tarda probabilmente nel XII secolo, le capriate del tetto furono sostituite da arconi disposti trasversalmente secondo una tecnica diffusa dagli Aragonesi e la chiesa fu dotata di una piccola loggia. Sempre nel Seicento fu eretto il pulpito di cui rimane la bella colonna in trachite. In essa sono scolpiti visi angelici e la "mostra" della vite, motivi caratteristici dell'arte minore sarda, presenti nelle opere degli scalpellini locali nonché in quelle degli intagliatori del legno e delle tessitrici. Anche il capitello che completa la colonna si pone coerentemente in quel periodo:vicino a Ghilarza esemplari simili si trovano, infatti, in antiche dimore seicentesche di Fordongianus , di Abbasanta e nel portico di S. Maria di Ossolo in agro di Bidoni'. La chiesa- pur con vari interventi di recupero e di restauro-conservò il suo aspetto medioevale fino al 1884 quando furono costruite due cappelle laterali sicchè ebbe l'aspetto cruciforme che mantiene tuttora. S. Serafino - piu' delle altre chiese campestri di Ghilarza - è ricca di riferimenti sociali, artistici, culturali, Essa attesta un insediamento-ignoriamo se di breve o lunga durata-;esprime il senso religioso di una comunità attraverso i secoli; trattiene echi e suggestioni di età lontane che , se sono chiare nelle vicende maggiori, rimangono invece oscure in quelle della piccola storie del nostro paese. Le notizie dell'archivio sono tratte dal libro di M. Licheri " Ghilarza note di storia civile ed cclesistica", Sassari 1900; pagg 368 e segg; quelle riguardanti "Sa Manenzia" da :"Notizie e Scavi" anno 1890, pp.291-292;si può leggere l' attribuzione del Prof. Farris in un suo articolo pubblicato ne L'unione sarda dell 'ottobre del 1987. Nel 1998 è stato pubblicato " S. Serafino di Ghilarza" ampio e documentato studio di Lello Fadda.