VEGLIA INTERPARROCCHIALE DI PREGHIERA MISSIONARIA

17.10.2014 11:34

 

VEGLIA INTERPARROCCHIALE MISSIONARIA

 

Signore Gesù, che hai detto:”gli ultimi saranno i primi”, facci capire che nel tuo Regno, presente in mezzo a noi, non ci sono gradi o privilegi, ma che tutti siamo in cammino con Te, nostro pastore e amico, per raggiungere gli angoli del mondo, specialmente dove c’è oppressione, fame, violenza, ingiustizie, miseria, abbandono, emarginazione, solitudine…e anche in mezzo alle nostre società con tutti i loro drammi, per portare, con le parole e con la vita, la “Bella Notizia” che ci salva e per la quale Tu hai dato la vita.

Con questa invocazione si è aperta la Veglia di preghiera che le Parrocchie di Abbasanta, Ghilarza e Norbello hanno celebrato la sera del 16 ottobre, nella chiesa di Abbasanta, in preparazione della Giornata Missionaria Mondiale del 19 ottobre.
 La Veglia, presieduta dal Parroco di Abbasanta, ha utilizzato il testo preparato dall’Ufficio Missionario Diocesano, che viene usato nella Veglia Cittadina del 17 ottobre, nel quale, oltre i canti, i brani biblici e le preghiere, è presente la testimonianza che il missionario saveriano Alex Brai, attualmente in Tailandia, ha inviato.
I lettori hanno intercalato la lettura della lettera a invocazioni a Dio e a silenzi di meditazione.
In riga col tema dell’ottobre missionari 2014: “Periferie cuore della Missione” Alex ha preso in esame i vari tipi di “periferie”, presenti in Tailandia, come  pure in tutto il mondo: la “periferia degli slum”, ossia dei più poveri a cui bisogna sempre dare un aiuto per rialzarsi, pur essendo impegnati in tanti compiti di evangelizzazione tramite i mass media e quant’altro;la “periferia della famiglia”che anche in Tailandia si trova in difficoltà; la ”periferia degli ultimi”, dei più fragili, ammalati, disabili, anziani, orfani, profughi, perseguitati per motivi religiosi…….. Insomma una grande quantità di gente che aspetta una parola di conforto, una visita, un sorriso, una pacca sulla spalla.
Padre Alex termina augurando buona missione a tutti e arrivederci in una delle tante periferie dove Cristo ci manda.
Dopo la proclamazione del brano del Vangelo di Matteo dove Gesù, criticato perché accettava di essere ospite di pubblicani e peccatori e mangiava con loro, disse:”Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare cosa vuol dire: misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti ma i peccatori, nell’omelia don Mario ha ribadito con parole e tono accorati e toccanti, che l’Evangelizzazione parte dall’incontro personale di ciascuno di noi con Gesù. La missione evangelizzatrice non è un lavoro, non è una strategia da programmare o pianificare. Ma noi tutti siamo evangelizzatori quando la nostra vita si impregna della gioia del Vangelo, quando, avendo incontrato il Signore che ci ha trasformato l’esistenza, non deleghiamo ad altri l’opera di evangelizzare, ma accettiamo la missione come la nostra sfida quotidiana. E’ il Vangelo stesso a renderci evangelizzatori: non possiamo tacere la gioia per le meraviglie che il Signore opera in noi, intorno a noi, attraverso noi e, talvolta, nonostante noi. La testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio, in comunione con Lui e donata al prossimo con zelo è il primo mezzo di evangelizzazione. Il Papa parla di una Chiesa missionaria in uscita, una Chiesa dalle porte aperte, che si mette in gioco senza trincerarsi dietro il “si è sempre fatto così”, che ama senza misura, perché solo l’Amore può darci il coraggio di avere le porte aperte per accogliere e, al tempo stesso, per uscire, per non limitarsi ad un cristianesimo da sagrestia.
Quando si parla di evangelizzazione il cuore allarga i confini sino a raggiungere i paesi più poveri e lontani, ma rivolgiamo la nostra attenzione anche sulla nostra vita personale e parrocchiale. Infatti non dimentichiamo che il primo compito è migliorare noi stessi. Se non ci prendiamo cura con amore  della nostra anima, se non ci impegniamo nel cammino di santità personale, se non siamo uniti al Signore come i tralci alla vite, cosa possiamo dare ai nostri fratelli? Guardiamo Gesù: ha predicato, viaggiato, guarito, ma prima di tutto ha pregato, trascorrendo anche notti intere in dialogo col Padre. Solo la preghiera ci aiuta ad uscire da noi stessi e dalla tentazione di ripiegarci su noi stessi  per costruirci un mondo che inizi e finisca con noi. Da qui nasce l’ansia e il pessimismo-che è cosa ben diversa dallo zelo apostolico- di salvare il mondo, ma a modo nostro e con i nostri tempi. Ricordiamoci sempre che i modi e i tempi di Dio sono diversi da quelli dell’uomo e dobbiamo essere  consapevoli che tutto parte dall’Altare, dalla Eucaristia, cioè da Gesù, e tutto lì ritorna in un circolo che unisce l’altare alle periferie del mondo.
Per illustrare visivamente questo concetto dall’altare è stato fatto circolare, di mano in mano, un Vangelo, che, alla fine del giro è tornato all’altare.
                                                        Così sia la nostra opera evangelizzatrice!