SAN MICHELE ARCANGELO

06.05.2018 15:46

               

Con la Primavera iniziano, nelle chiese campestri del Ghilarzese le novene ai santi titolari dei vari novenari.
Apre la sequenza il novenario di San Michele, dedicato al culto dell'Arcangelo Michele.
Nell’Oriente il culto degli Angeli si sviluppò presto, e si ha conoscenza di gruppi cristiani che li veneravano già nel secolo III. In Occidente, nelle zone non dominate dall’Impero bizantino, si diffuse invece tardi. Vi si opposero infatti vescovi illustri, come S. Agostino di Ippona.  Nel 476 il Concilio Lateranense riconobbe il culto dei tre arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, che così poté diffondersi più agevolmente. Nel secolo X il culto degli Angeli divenne generale per l’influsso dei monaci greco – bizantini. Poiché i culti dell’Africa romana influenzarono la religiosità dei sardi è bene ricordare che il nome degli arcangeli appare attestato in ritrovamenti epigrafici di quella Provincia, benché non numerosi, già del secolo VI. In Sardegna il culto venne introdotto durante la dominazione bizantina e abbastanza presto. Sugli altri prevalse quello di S. Michele.

           Il nome dell’Arcangelo Michele deriva dall’espressione ebraica Mi-Kha-El, letteralmente “Сhi è come Dio?”, una domanda retorica che sta a sottintendere come nessuna creatura possa elevarsi al rango del Creatore. Nel corso dei secoli una ricca letteratura ha sviluppato il profondo simbolismo soggiacente alla sua onomastica, individuando nell’Arcangelo Michele l’”anti-tipo” di Satana. Infatti, così come il diavolo altri non è che l’angelo ribelle Lucifero, decaduto a causa della propria superbia - con un atto di libera volontà di sostituirsi o fare a meno di Dio che prefigura il peccato originale dell’uomo - Michele, al contrario, è una creatura spirituale emblema dell’obbedienza, della fedeltà, del rispetto della gerarchia relativa all’ordine cosmico e morale. Nelle Sacre Scritture la figura di questo Arcangelo appare in tre contesti differenti. Nell’Antico Testamento è menzionato per tre volte nel libro di Daniele, sempre in qualità di angelo protettore dai nemici. Nel Nuovo Testamento, Michele compare invece nella Lettera di Giuda, dove è descritto mentre lotta con il diavolo per strappargli il corpo del profeta Mosè, appena spirato (Gd 9-10), ma soprattutto nel dodicesimo capitolo dell’Apocalisse, in cui combatte e sconfigge il drago difendendo la “donna vestita di sole”, icona ad un tempo della Chiesa e della Vergine Maria (Ap 12, 7-9). La trasversalità della sua presenza costituisce dunque uno degli anelli di congiunzione tra i diversi stadi della Rivelazione, nel passaggio dalla Sinagoga alla Chiesa, cioè nella continuità e insieme nella rottura tra la fede mosaica dell’antico Israele e la venuta del Messia che universalizza la Legge e destituisce gli Ebrei dall’elezione esclusiva a popolo di Dio (come ad esempio, su un piano diverso, accade anche per la figura di Melchisedec, il sovrano di Salem che riunisce le funzione di Re e Sacerdote e con la sua offerta di pane e vino rappresenta l’archetipo di Gesù Cristo: cfr. Gn 14, 18; Sal 100, 4; Eb 7, 11). La Tradizione della Chiesa, inoltre, ha spesso individuato proprio in Michele l’Angelo che rivela a San Giovanni l’Apocalisse, il cui brano iniziale (Ap 1, 1) è d’altronde lettura liturgica del 29 settembre. Nel Rito Romano antico, inoltre, il suo nome è invocato in ogni Messa come primo santo dopo la Vergine Maria all’inizio del Confiteor. Il titolo più importante che la Tradizione conferisce all’Arcangelo è senza dubbio Princeps Militiae Coelestis, “Principe delle armate celesti”, appellativo con cui è ricordato anche nella preghiera a S. Michele Arcangelo composta personalmente da Papa Leone XIII e divenuta rapidamente una delle orazioni più diffuse presso il popolo cristiano. A partire dal 1851, inoltre, il beato Pio IX approvò ufficialmente un tipo di Rosario detto “Corona Angelica” (o più comunemente, Rosario di San Michele), più breve di quello tradizionale e nato in ambito portoghese, che invoca i nove cori angelici e raffigura proprio il Principe delle armate celesti nel medaglione. Le caratteristiche essenziali dell’Arcangelo sono il coraggio, la fedeltà al Signore, il senso di giustizia, la potenza nella lotta mai disgiunta dall’umiltà di chi resta sempre consapevole che nessuno “è come Dio”. Per il tipo di spiritualità squisitamente guerriera che suscita, non sorprende l’Arcangelo Michele sia stato oggetto di culto e devozione soprattutto da parte dei grandi condottieri, sovrani e uomini di Stato cristiani. Costantino il Grande, l’imperatore romano che con l’Editto di Milano pose fine alle persecuzioni, nel 337 fece ad esempio consacrare un santuario in onore dell’Arcangelo, detto Michaëlion, in un villaggio a Nord di Costantinopoli. Nella penisola italiana furono soprattutto i Longobardi a diffonderne il culto, costruendo chiese a lui intitolate e raffigurandolo nella monetazione. Già prima della fondazione del Sacro Romano Impero, Carlo Magno volle invece decorare gli stendardi del proprio esercito con il motto Michael princeps magnus venit in adiutorium mihi. In tempi moderni, l’Arcangelo Michele è assurto a protettore di corpi delle Forze Armate e di sicurezza pubblica. In Italia, ad esempio, oltre ad essere patrono della Polizia di Stato, San Michele Arcangelo lo è anche dei paracadutisti, che lo menzionano nella celebre “preghiera del paracadutista”. Diffusissime e innumerevoli sono le rappresentazioni artistiche dell’Arcangelo in due millenni di storia. In Italia la chiesa più famosa è ovviamente il Santuario di San Michele sul Gargano, ma anche la statua che sovrasta Castel Sant’Angelo a Roma ritrae il Principe delle armate celesti. In pittura, l’Arcangelo Michele è tradizionalmente raffigurato con la corazza e con la spada, come nel celebre dipinto di Guido Reni, a sottolinearne la natura guerriera e virile. Spesso egli è però ritratto anche la bilancia della Giustizia divina, in quanto alla morte del fedele cristiano la Tradizione vuole che proprio il vessillifero San Michele conduca la sua anima alla luce celeste. Benché la categoria degli Arcangeli occupi soltanto il secondo ordine della Infima Coelestis Hierarchia, cioè rappresenti il penultimo livello nella gerarchia metafisica dei nove cori angelici, Michele è dunque divenuto la più venerata figura di combattente della spiritualità cristiana, paragonabile forse soltanto a San Giorgio, il martire di Cappadocia del III secolo analogamente raffigurato come lottatore armato e uccisore del drago. In conformità alla dottrina cristiana, la guerra in cui è di supporto l'Arcangelo Michele si configura naturalmente prima di tutto come una battaglia interiore: la lotta spirituale contro le forze del male per raggiungere il dominio di sé, la capacità di perseverare nelle difficoltà dell’esistenza terrena. Questa funzione funge al contempo da presupposto per il combattimento contro nemici che possono essere anche materiali, come testimonia appunto la diffusione del culto micaelico in ambiti laici e militari. In un intervento nel 2011, Benedetto XVI aveva rammentato che la devozione agli Angeli è un aspetto fondamentale della fede, da mantenere vivo anche nel nostro tempo. Più recentemente, Papa Francesco ha invece affermato che oggi più che mai “la barca di Pietro è sballottata dalle onde”, ricordando le persecuzioni di cui fu oggetto secoli fa la Compagnia di Gesù da parte delle stesse autorità della Chiesa. Se si tiene conto d’una situazione internazionale estremamente critica, segnata da una continua carneficina di cristiani, il culto a San Michele Arcangelo in difesa dai nemici si dimostra oggi più che mai attuale.

Tratto da ZENIT:da Dario Citati , Direttore del Programma di ricerca «Eurasia» dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG)