OMELIA DI DON MICHELE PER LA MESSA ESEQUIALE DEL NOSTRO FRATELLO SERGIO SABA

26.06.2017 19:29

"Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti indicherò".

          Cara Santina, Rita, Francesco, cari amici e parenti di Sergio, mai come in questa occasione trovo giuste ed appropriate le parole che il Signore ha rivolto ad Abramo, in questa pagina biblica che la Chiesa ci fa leggere nella liturgia odierna. Sono parole che indicano il dono di una vocazione, quella di Abramo, padre della fede del popolo ebraico e padre della nostra fede di cristiani.
Le trovo appropriate  per salutare per l'ultima volta Sergio, perchè queste parole a cui Abramo ha creduto e a cui ha detto "si" hanno inviato dal cielo al popolo di Israele il dono della grande benedizione di Dio: " ti benedirò perchè tu possa essere una benedizione".

Il sentimento prevalente in quest'ora di dolore per la perdita di una persona come Sergio io credo non debba essere quello della protesta ma quello della gratitudine.
E' comprensibile ed umanamente giusto che abbiate protestato, gridato il vostro "perchè?", pianto ed urlato il vostro dolore all'indirizzo di Dio, dato che la SLA non perdona e lentamente uccide. E' necessario, però, anche nello strazio che la malattia e la morte di Sergio hanno creato, provare ad aprire il cuore a Dio ed accogliere con dignità il mistero grande della sua Volontà. 

Siamo grati al Signore per aver potuto conoscere e stimare un uomo giusto, uno sposo, un padre e un fratello, un malato di SLA che ha spostato le montagne con la fede e l'ironia. Il suo ricordo sarà benedizione per tutti coloro che dalla sua tenacia hanno tratto conforto nella lotta per la vita.
La prima volta che sono entrato nella stanza di Sergio ricordo, con una forte emozione, i suoi occhi accesi. Sergio non poteva parlare ma i suoi occhi parlavano per lui. Parlavano della voglia di vivere, parlavano di speranza e avevano un profondità tale che di fronte alla sua sofferenza, alla sua fede e alla sua voglia di lottare, non credere in Dio sarebbe da stolti. Gli occhi di Sergio esprimevano davvero una sfida alla malattia.

Potremmo chiederci perchè Dio permette dolori e prove così grandi. Io ho smesso di chiedermelo da tanto tempo. Di fronte a Sergio mi facevo invece mille altre domande: mi chiedevo da dove attingesse la voglia di vivere e di sorridere sempre e mi colpiva il fatto che anche di fronte ad un dolore così schiacciante lui continuasse a credere e sembrasse sostenuto da una fede così forte che non lasciava dubbi del fatto che fosse sostenuto da una mano invisibile, che lo ha sorretto negli anni della sua malattia.
Si parla tanto di eutanasia, di togliere la vita quando essa sembra non più degna di essere vissuta. Non voglio entrare in questa sede in disquisizioni morali, perchè bisogna trovarsi in quelle circostanze per poter parlare e non giudicare le scelte personali. Dico soltanto che Sergio mi ha dimostrato che la vita è sempre più forte della morte e la speranza più potente della disperazione, Sergio mi ha dimostrato che si può vivere con profonda dignità la malattia col cuore totalmenta aperto al mistero di Dio. Sergio non ha semplicemente subito la sua terribile malattia; ha fatto molto di più: l'ha accolta, l'ha accettata e l'ha santificata. E di questo ci si accorgeva da come ti accoglieva, ti guardava, da come sorrideva e dal suo modo di fare ironia. Si, per i credenti come Sergio la morte ti apre l'ingresso alla vita eterna. Quella che non conosce tramonto, di sole e di affetti. E' ora che si compiono in lui queste parole forti e dure che già il Signore aveva rivolto ad Abramo: "Vattene dalla tua terra, dalla tua casa, verso una terra che io ti indicherò"
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E'una terra nuova quella che il Signore ha indicato a Sergio, davvero la Terra Promessa, anche se per raggiungerla  ha dovuto attraversare anni di sofferenza, di deserto, a volte di buio ed io sono certo che ora stia dicendo che davvero ne è valsa la pena.
E' valsa la pena soffrire se ha potuto testimoniare che c'è qualcosa di più grande;  che di fronte ai nostri piccoli dolori e traumi un dolore grande come quello che Sergio ha vissuto è stato trasformato in balsamo che si spande anche sulle nostre vite perchè il suo ricordo e la sua testimonianza è benedizione per tutti noi e può permetterci di dire: " è possibile......è possibile vincere il dolore e trsformarlo in dono, in sorriso, come ha fatto Sergio.

Cari Santina, Rita e Francesco, il dolore per la perdita e per tutta la vicenda umana di Sergio sono certo che vi lascia con tanti punti interrogativi e con una grande sofferenza, che ha bisogno di tempo per attenuarsi, però insieme con noi ringraziate il Signore pensando che la testimonianza di vita di Sergio resta per Ghilarza come una benedizione che  aiuta ad affrontare le pene che giorno dopo giorno la vita ci riserba, cosi che tutti, al suo termine possiamo dire, come Sergio, con san Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho vinto la corsa, ho conservato la fede".