ELOGIO DI UNA PERSONA CHE HA VISSUTO CON CUORE RETTO

20.07.2014 20:48

Alcuni giorni fa è arrivata all'indirizzo mail di questo sito, uno scritto in ricordo di una persona della nostra comunità che ha lasciato di recente questo mondo.La mittente scriveva nella mail:<<Il racconto su zia, a me è partito da dentro, senza pensare a cosa farne; è stato come disegnare di getto un ritratto, d’impulso modulare un canto; da condividere con familiari ed amici, e dunque anche con la Chiesa, sì, proprio con la Chiesa universale, di cui siamo figli.  Una condivisione familiare, che spero abbia fatto sorridere anche quella porzione di Comunione di Santi che sta già in Paradiso>>.
Lo scritto a noi è piaciuto, in quanto testimonianza di come una vita vissuta rettamente può influenzare positivamente le persone che fanno parte della propria cerchia e possa suscitare, in tempi tanto cinici, distratti, diciamo pure, spessissimo brutti, buoni sentimenti, riconoscenza per il bene ricevuto e rammarico per non aver potuto fare di più per una persona cara. Pubblichiamo dunque questo racconto, di cui non conosciamo l'autrice, rendendolo anonimo, proprio come esemplare testimonianza che il bene fatto in vita non si perde dopo la morte, ma entra a far parte del pool di santità che la nostra fede custodisce.
 

-"Otto parole la contraddistinguono: preghiera, generosità, pazienza, fortezza, laboriosità, nascondimento, fedeltà, buon umore.

Per me era semplicemente “zia”. La zia-mamma. Per tutta la vita ha fatto parte del mio quotidiano, del mio vissuto giornaliero, anche quando lei si trovava a Ghilarza e noi altrove.

In uno dei suoi consueti soggiorni a casa nostra, ebbi, per caso durante una delle nostre tante conversazioni, la fortuna di scoprire (poiché lei era riservatissima) alcuni frammenti degli immensi tesori di grazia spirituale che lei possedeva nel cuore; quel giorno mi fu permesso dal buon Dio d’intravvedere scrigni colmi di ricchezze cristiane. «Ecco da dove le viene il santo, dolce, caritatevole equilibrio che emana con semplicità e umiltà », mi dissi allora, constatando quale divario d’altezza la separasse da me, che mai saprei arrivare a tali altitudini d’amore per Dio e il prossimo, a tale granitica fede.

Ma zia tutto ciò lo viveva nel nascondimento. Attorno a lei persone di forte personalità si prendevano gli onori (anche tra i banchi di chiesa), i grandi saluti, gli ossequi, la gloria. Lei stava in disparte, silenziosa, orante, paziente, misericordiosa, offrendosi a Dio, offrendogli ogni cosa, restando con forza sulle braccia amorose di Gesù e della Madonna, fidandosi di loro, confidando in loro. E confidando nell’affetto di chi le voleva bene. Con i miei genitori aveva un magnifico rapporto d’affetto; da loro si sentiva – si era sempre sentita – stimata, amata, capita, confortata, protetta; accolta senza condizioni, senza limiti. E per questo nei loro confronti il suo affetto era limpidissimo, profondissimo. Le bastava udire la voce di mia madre o di mio padre al telefono, per essere subito contenta.

Era d’animo contento, generoso e forte, zia, eppure nel corso della sua lunga vita ha dovuto affrontare situazioni difficili, dolorose, desolanti. Così da doversi fidare eroicamente del Signore.

Quand’era ragazzina, a causa di una caduta e della conseguente ingessatura lasciatale troppo a lungo da medici inesperti, aveva perso la flessibilità di un ginocchio, che le era rimasto rigido. All’epoca era una ragazzina allegra e bella, la più bella e la più allegra delle sorelle. L’allegria le restò sempre dentro, non l’abbandonò mai; e la bellezza la ebbe sino alla fine. Ma quella gamba rigida, a cui lei col passare degli anni non faceva più caso, nel cammino della giovinezza le aveva procurato molte umiliazioni e sofferenze. Lei non se ne lamentava mai. Mai lamentosa, né per quello né per altro. Per l’intero corso della sua lunghissima vita, mai una lamentela, mai. Mai un voler coinvolgere gli altri nei suoi dolori, che nascondeva soprattutto a chi le voleva bene, perché chi l’amava non si affliggesse. Soltanto in una circostanza, in un periodo davvero tristissimo che dovette attraversare, ed era già anziana, l’ho vista stordita a causa dell’ostilità altrui. Quella volta fu incapace di nascondere del tutto l’atroce sofferenza procuratale da due persone che lei stimava buone. Non lo capiva, quel deleterio atteggiamento altrui, improvviso per lei, che le stava piombando addosso. Come gestirlo? Lo subiva, incapace di difendersi. Grazie al Cielo all’epoca era in vita mia madre, la quale, assieme a mio padre e a tanti altri buoni parenti e amici l’aiutarono a superare anche quel brutto, pericoloso periodo. E dopo un pochino, zia tornò allegra. Perdonò quelle due persone; pur se forse le rimase la cicatrice, forse, non lo so; e forse, come avviene per le cicatrici fisiche, in alcuni momenti atmosferici dell’anima quella cicatrice magari ancora le doleva e la stordiva.

Comunque, se penso a zia, con immediatezza la ricordo disponibile con tutti, allegra, forte, misericordiosa. E capace di consolare qualunque mio pianto. Quanti miei pianti, in diverse fasi dell’esistenza, ha consolato! E quante risate ci siamo fatte! E quanto reciprocamente ci siamo aiutate! Per questo mi causa enorme sofferenza il non averla potuta aiutare negli ultimi mesi della sua vita terrena. Sussistevano delle ragioni obiettive (mamma era morta da poco, papà anziano era reduce da un ricovero ospedaliero, io con le forze ridotte al lumicino, c’erano altre persone che in quel momento vedevo capaci di gestire la situazione meglio di me e le quali ho lasciato fare senza intromettermi troppo), tutte ragioni obbiettive, come lo erano quelle di altri parenti che avrebbero tanto voluto aiutarla e non hanno potuto, ma la sofferenza per non aver potuto, mi rimane. Anche se non è più la sofferenza atroce che provavo quando zia era sotto il peso del dolore in quei suoi ultimi mesi, allora il suo dolore mi schiaffeggiava, mi entrava nelle viscere, diventava mio, e non saper aiutare lei era come non saper aiutare me stessa e la mia famiglia. Spero che il Signore e zia perdonino la mia impotenza di quei suoi ultimi giorni.

Certo zia, in quei giorni crocifiggenti, aveva accanto a sé il Signore, come lo aveva avuto accanto a sé per tutta la vita, ma, in quei giorni, Gesù di sicuro l’ha amata con un amore di tenerezza incommensurabile, per quanto fosse un amore coperto dal sangue del patimento. Lì, di sicuro, Lui viveva dentro di lei, nascosto nella sua carne sofferente, nella sua mente turbata; proteso a curare e a santificare dentro di lei; agonizzante e crocifisso con lei; e lei agonizzante e crocifissa con Lui.

Anche il padre di santa Teresina ha, come zia, terminato la sua vita con quella terribile ed umiliante malattia, ma la Chiesa lo ha beatificato, e questo mi conforta molto.

Zia, quanto ti devo! Quanto ti dobbiamo! Quanto ti abbiamo voluto bene! Quanto tu ci hai voluto bene! Ti prego, sorridici dal Cielo, perdonaci tutti dal Paradiso.

Nel giro di pochi mesi io ho perso tre mamme: M., mamma e zia. Tre splendide mamme che hanno fatto sì che la mia vita fosse bella. E adesso che tutt’e tre sono salite in Paradiso, ho il dovere di onorarle con una vita santa. Non so se ci riuscirò, ma so che è mio dovere tentare.

Anche questo breve scritto è un dovere di riconoscenza.

Carissima zia, quand’eri qui sulla terra, il tuo buon umore, la tua laboriosità, il tuo cuore mite ed umile, le tue preghiere, il tuo equilibrio, la tua carità, il tuo spirito d’adattamento, la tua pazienza, la tua continua offerta al Signore, la tua speranza in Dio, la tua fede radicata, mi sembravano cose talmente normali da non farci quasi caso, e invece era la grazia di Dio che mi passava accanto e mi benediceva.

Anche il tuo saper fare dolci deliziosi mi sembrava normale, poiché apparteneva al mio quotidiano con te. Ti mettevi il grembiule e in quattro e quattr’otto ecco apparire piccolissime pastine di mandorle e zucchero, sulle quali miniavi  minuscole frasi, cesellavi, piccoli straordinari disegni e note musicali.

E altri dolci facevi, che a tutti volevi insegnare, e un pane buonissimo che riempiva di profumo fragrante la tua casa, sinché hai potuto avere le forze di usare il forno. E le salsicce e i formaggi, che buoni!

E che dire dei tuoi ricami? Autentici capolavori. Ricami imparati da ragazzina, quando, terminati i lavori casalinghi, correvi dalle suore del Cottolengo, nel loro grande caseggiato in via del Cottolengo, e, lì, le aiutavi a lavare i piccoli panni degli orfanelli e facevi altri lavori e loro in cambio t’insegnavano a ricamare. T’insegnavano la tecnica, ma l’arte era la tua. Eri piena d’arte, zia.

Ma soprattutto eri piena d’amore. E colma di riconoscenza verso chiunque ti desse un minimo di affetto.

Tra le tue numerose opere buone, zia, penso alla tua disponibilità quotidiana verso tutti e tutto, dalle minuzie alle cose grandi.

E che dire di come, da sola e per tanti anni, hai accudito meravigliosamente tua madre? Gli altri figli avevano altro da fare, e tu ti sei presa l’intero peso di assistere nonna.

Tutto era normale, per noi, scontato. Ma solo perché tu mai protestavi, mai ti lamentavi.Tutti ti dobbiamo molto.

Che cuore grande, avevi, zia! Amavi tutti, a partire dai tuoi fratelli (e sorelle, ovvio); verso zio P., il più giovane dei fratelli, il tuo affetto era tenero, materno; ti sentivo parlare teneramente, sovente, con mia mamma di lui. Per mio padre avevi una venerazione riconoscente. E nei confronti di tutti gli altri parenti, fratelli, cognati e nipoti, naturali ed acquisiti, nessuno escluso, nutrivi, oltre all’affetto, grande ammirazione. Per tutti i nipoti offrivi al Signore in particolare un tuo giorno, il martedì. Gli altri tuoi giorni della settimana erano offerti per altre intenzioni: uno per la Chiesa (la domenica, mi pare), uno in onore della Madonna (il sabato), uno per le anime del Purgatorio (il lunedì), uno per i sacerdoti (in particolare per uno o più sacerdoti), ecc.

Verso i poveri e i sofferenti, il tuo rispetto era enorme, tenerissimo; e l’aiuto lo davi con semplicità concreta ed immediata.

Non vorrei dimenticare il lavoro che hai fatto da ragazza (assieme alle tue amiche)  per il sostentamento di uno o più seminaristi e giovani sacerdoti; preparavate dolci e altro, e, nell’essere buone, vi divertivate molto. E allegramente facevate altre attività, in Azione cattolica.

Poi il Signore ti ha portato a fare il bene in altri ambiti, durante l’intera vita.

La Chiesa ha di che essere contenta di avere avuto una figlia come te, zia. Con la tua esistenza silenziosa di cristiana autentica, le hai dato lustro ed onore. “Di te si dicono cose stupende”, ora, in Paradiso, zia.

Sì, davvero “beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.

Sopra i tuoi dolcetti, zia, hai disegnato per me libri e titoli di miei libri, e sopra la mia vita (come sopra la vita di tutti gli altri nipoti) hai sempre sventolato un manto di benedizioni, e io adesso che cosa posso darti in cambio? So che cosa mi diresti: «Voglio vederti serena, gioiosa. E se puoi, dì per me tanti cento requiem e offri delle sante Messe. E sii buona, sempre. Metti ogni dolore e ogni gioia nella valigia per il Paradiso. E fai felice la tua famiglia e tutti », sì, mi diresti questo, ma molto meglio di come lo sto dicendo io. C.

sabato 5 luglio 2014