BREVE STORIA DEI PRIGIONIERI DI GUERRA AUSTRO-UNGARICI IN SARDEGNA

19.07.2014 12:00

https://youtu.be/P6TPk0fHouk

Clicca sull'indirizzo per accedere al video

 

A conclusione delle ricerche sui prigionieri austro-ungarici, presenti nei nostri territori durante la prima guerra mondiale pubblico su
YOU TUBE un breve video con immagini relative al passato e al presente del novenario di san Serafino e del cimitero di Ghilarza e con la testimonianza di due persone circa il rinvenimento, in detto novenario, di resti umani inumati nel sottosuolo del portico della facciata della chiesa e la lettura di una breve pagina tratta dal libro di Tomaso Sanna relativo al cimitero di Ghilarza, di recentissima pubblicazione.

    Questo articolo nasce in seguito ad una telefonata fatta da un signore di Iglesias alla parrocchia di Ghilarza. La richiesta era abbastanza insolita. Il signore in questione chiedeva, per motivi di studio, una ricerca nei registri dei funerali  religiosi del 1919, circa l'inumazione in san Serafino di 7 prigionieri dell'esercito austro-ungarico, avvenuta il 31 gennaio o i primi di febbraio del 1919.

La richiesta mi colse del tutto impreparata, in quanto mai avrei pensato che dei prigionieri austro-ungarici fossero finiti in Sardegna. Quindi mi documentai scoprendo delle storie  del tutto sconosciute, di prigionieri, che in diversi periodi della prima guerra mondiale, furono portati in Sardegna.

Ho pensato che possa essere interessante ed istruttivo raccontare, per sommi capi, dei prigionieri austro-ungarici in Sardegna e, soprattutto nel nostro territorio.

 Attingendo alla tesi di laurea del Dr. Giorgio Madeddu, autore della telefonata, ad articoli presenti in vari siti Internet e ai documenti presenti nell'archivio storico di Ghilarza, ho scoperto quanto descriverò.

Un primo gruppo di prigionieri civili venne spedito in Sardegna nel 1915, provenienti da Ancona e da Napoli e smistati in vari paesi dell'isola. 9 di essi furono destinati al villaggio di Ghilarza e vi arrivarono il 19 giugno 1915. L'Italia aveva appena dichiarato guerra (il 24 maggio 1915) all' Impero Austro-ungarico, dopo un anno circa di neutralità, scendendo in guerra accanto alla Francia e all'Inghilterra, coll'intento di sottrarre al dominio austriaco le terre, rivendicate dall'Italia che erano ancora in suo possesso.  L'Austria  il 28 giugno del 1914 aveva dichiarato guerra alla Serbia, in seguito all'attentato terroristico in cui venne ucciso a Sarajevo il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria e sua moglie, accusandola di essere responsabile dell'attentato, in quanto dava asilo agli indipendentisti slavi.

Le nove persone internate in Ghilarza erano dei civili, sudditi dell'impero austro-ungarico, che l'Italia evidentemente considerava pericolosi per la sua sicurezza. Ma dalle lettere che scrivevano alle famiglie quelli di lingua italiana  non sembrano dei terroristi ma dei poveretti che non capivano perché fossero stati catturati e mandati al confino, quando essi consideravano l'Italia la loro terra madre. Uno di questi prigionieri civili era un frate camaldolese di nazionalità polacco-galiziana, che si trovava nell'eremo di Camaldoli e che non si capacitava proprio del perché l'avessero confinato in questo villaggio dove non c'erano altri religiosi, non poteva celebrare la Messa, non poteva nemmeno indossare abiti puliti e adeguati alla stagione e non aveva neanche cibo sufficiente in quanto senza denaro. Costui fu quello che soffrì di più e, pur accettando la situazione come volontà di Dio, tuttavia aveva molta paura di perdere la ragione.
In generale queste nove persone non si lamentavano del trattamento loro riservato dal sindaco e dalle famiglie che li ospitavano, ma soffrivano per la miserevole vita che conducevano  in questo villaggio.
Questi prigionieri vennero liberati il 31 dicembre 1919 e imbarcati per il continente. Di loro, per quanto ne so io, non rimane in Ghilarza, memoria alcuna, salvo le lettere che scrivevano alle famiglie, coloro che sapevano scrivere e cioè il frate Wyezesany Giovanni, il capitano di una nave mercantile che venne imprigionato quando, al comando della sua nave, incrociava davanti alle coste dell'Eritrea, due facoltosi commercianti e un impiegato. Degli altri, che erano operai o contadini e quindi non sapevano scrivere non c'è corrispondenza, ma probabilmente furono quelli che risentirono di meno della prigionia perché trovarono da lavorare, a differenza degli intellettuali, che non piegandosi a fare lavori servili dovevano accontentarsi del misero sussidio che ricevevano dallo stato italiano per il vitto e l'alloggio ( una lira al giorno).

<<La storia tragica della prima grande ondata dei prigionieri austro-ungarici in Sardegna comincia il 18 dicembre del 1915. Nella rada davanti a Cala Reale nell'isola dell'Asinara,  gettarono la fonda i piroscafi Dante Alighieri e America con cinquemila prigionieri. Dalle navi, con i barconi a remi, iniziò il lento e faticoso traghettamento di quei disperati sulla terraferma. Era solo la prima ondata di migliaia di soldati che da lì ai primi di gennaio si riverseranno sull’Asinara, col più grande ponte navale nella storia della marina italiana. Erano i superstiti della "marcia della morte”, l'esercito sconfitto dei Serbi sul fronte austriaco che scese a piedi, lungo i Balcani, trascinandosi dietro circa 40.000 prigionieri dell'esercito austro-ungarico. Settantamila partirono da Nich, in 30 mila giunsero al porto di Valona, in Albania,dove i Serbi vennero avviati verso le isole della Grecia, mentre i prigionieri austro-ungarici vennero presi in carico dall'Italia, non sappiamo in base a quali calcoli politici, e avviati verso l'Asinara.Durante la permanenza a Valona, era scoppiato tra i prigionieri il colera.  Nel giro di un paio di settimane il ponte navale si completò e l’Asinara, sino ad allora popolata solo da un migliaio di prigionieri catturati nell’agosto precedente e da 350 militari italiani, si ritrovò affollata da trentamila superstiti di un’ armata multietnica e multilingue.. Un caos indescrivibile,mentre dalle navi sbarcavano i colerosi, ridotti pelle e ossa, scalzi, pressoché nudi. Nei primi giorni morirono a centinaia. Mentre si annunciava l’arrivo di altre navi cariche di disperati, il generale Giuseppe Carmine Ferrari, comandante del presidio dell’Asinara, organizzò nell’isola un piano di accoglienza mai visto all’epoca e che anche oggi, con i mezzi e la tecnologia moderna, sarebbe difficile realizzare in tempi così rapidi. Nell'isola si trovavano già da tempo una piccola stazione contumaciale per i malati, un ospedale con trenta letti, una foresteria con uffici e magazzini, una direzione sanitaria, quattro baracche, alcuni fabbricati e un forno crematorio. Ma certo non era preparata ad accogliere migliaia di prigionieri in gran parte colpiti da colera e gravissime altre malattie. Mancava tutto: acqua, luce, scorte alimentari e medicine. Ferrari e i suoi uomini realizzarono in un paio di settimane sei campi: a Fornelli per accogliere i colerosi, Cala Reale, Cala d’Oliva, Stretti, Campo Perdu e infine a Tumbarino. A Fornelli i morti di colera furono sepolti a migliaia nelle fosse comuni.
 Il generale tenne una contabilità quotidiana, ma era impossibile conoscere il numero esatto degli sbarcati e di quelli che morivano nell’indifferenza degli stessi compagni.
 Verso febbraio la vita nei campi cominciò a normalizzarsi, i prigionieri curati e sfamati come possibile con gallette, carne in scatola e minestre, poterono lentamente ristabilirsi. Molti cominciarono a lavorare come contadini, artigiani, scalpellini, giardinieri. Tra loro c’erano numerosi artisti che costruirono cappelle, monumenti funebri e statue. In un’iscrizione a Tumbarino si legge ancora: «grazie all’Italia nostra salvatrice».
Nel giugno del 1916 i prigionieri superstiti, ormai ristabilitisi, furono presi in carico dalla Francia che li condusse sul suo suolo, dove furono avviati, probabilmente ai lavori forzati.
Quando l’ultimo convoglio si apprestava a salpare verso la Francia, da bordo della nave Seine, i 1200 prigionieri si tolsero i berretti e salutarono gridando più volte «viva l’Italia ».
Dei circa 24.000 sbarcati all'Asinara ne furono consegnati alla Francia 16.262. Circa 7.000, dunque, morirono sull'isola e le loro ossa riposano in un ossario a Campu Perdu>> (tratto dal sito Internet   https://sites.google.com/site/renatebrianza/home/la-grande-guerra-1915-1918/asinara).

Il campo di concentramento dell'Asinara, partiti quei prigionieri, continua ad ospitare i soldati nemici catturati nei combattimenti sul fronte italiano. Il primo gennaio 1917 sono presenti 129 ufficiali, 105 aspiranti cadetti e 10.796 soldati di truppa.
Anche nel 1918 ci furono sbarchi di prigionieri a Golfo Aranci e a Cagliari.

Parte di questi prigionieri venne avviata al lavoro, anche per sopperire alla mano d'opera maschile che combatteva al fronte. Risulta dai documenti che i prigionieri lavorarono, soprattutto nelle miniere: Monteponi, Montevecchio, BacuAbis, Masua, Ingurtosu, Seui, Argentiera, ecc., parte furono utilizzati per i lavori agricoli e il rimboschimento, e parte impiegati nella costruzione di opere civili, strade, ponti e la diga sul fiume Tirso, la cui costruzione venne iniziata nel 1917.

Risulta dalle carte dell'epoca che nel grande cantiere per la costruzione della diga, presso Ghilarza furono adibiti un centinaio di prigionieri di guerra, alloggiati parte a Busachi, parte ad Ula Tirso e parte nel villaggio-novenario di San Serafino, in agro di Ghilarza.

La Prima Guerra Mondiale produsse 9 milioni di vittime tra i soldati e 7 milioni tra i civili, per un totale di 16 milioni di morti.

E' presente nell'archivio storico di Ghilarza uno scambio di telegrammi, in data 30 gennaio 1919 tra il sindaco di Ghilarza Manca e il prefetto di Cagliari. Scrive il sindaco: <<il sindaco Manca informa il prefetto di Cagliari che fra i prigionieri di guerra addetti lavori Tirso morti 7 mercoledì. Questo cimitero non ha posto sufficiente. Pregomi autorizzare seppellimento sul luogo recinto attiguo chiesa San Serafino, clero disposto benedire, d'accordo Arma e Direttore>>.
La risposta del prefetto: <<il prefetto autorizza in via eccezionale seppellimento cadaveri prigionieri in recinto attiguo chiesa san Serafino, purché direzione lavori Tirso provveda assicurare chiusura recinto stesso. Per altri casi provvedasi seppellimento cimitero viciniore. Telegrafare se prigionieri morirono influenza o altra malattia>> (in quel periodo imperversava la cosiddetta "spagnola", che fece tantissime vittime tra la popolazione defedata dalla miseria per via della guerra).
Un ulteriore telegramma informa che i prigionieri erano in attesa di essere trasferiti al campo di concentramento e morirono lì per un ritardo nei trasporti ferroviari, essendo individui deperiti per malaria e denutrizione.
Siccome anche tra le guardie ce n'erano molte malate, tra cui il comandante, ci furono ritardi anche nella registrazione dei decessi. Esiste, sempre nell'archivio storico di Ghilarza, una ricevuta di lire 30, come compenso per lo scavo di 8 fosse.
Si sa che a febbraio del 1919 erano presenti a san Serafino 54 prigionieri e 8 uomini di scorta.
Ma delle sepolture nel novenario non c'é traccia e nemmeno nel registro dei funerali della Parrocchia di Ghilarza nè nella "storia del Novenario di san Serafino presente nell'archivio della parrocchia e nemmeno nel cimitero di Ghilarza.
 

A questo punto è  iniziata la ricerca sul terreno facendo un sopralluogo nella San Serafino attuale che è un  piccolo borgo ridente nelle campagne di Ghilarza (OR), sorto in tempi remoti attorno ad un luogo di culto che col trascorrere dei secoli ha visto mutare le divinità, ma non la fede dei credenti. Attualmente  la chiesetta è dedicata all’Arcangelo Raffaele e il novenario si anima nel periodo della novena, a fine ottobre. Ma è anche meta di scampagnate e di allegre riunioni conviviali tutto l’anno.

Ho parlato con tante persone per diversi motivi legate al novenario.

Facendo un confronto con due vecchie fotografie,  risalenti ai primi anni del secolo scorso balza agli occhi la differenza con la chiesa e il piazzale attuali.

Verso la fine del 1800 venne costruito davanti alla facciata della chiesetta in pietra un portico, allo scopo di dare un riparo ai fedeli che venivano a piedi dai paesi del circondario. Detto portico aveva le dimensioni di quello attuale, costruito nel 1956 da una squadra di muratori ghilarzesi di cui faceva parte un giovane di 23 anni : Nico Agus. Questo signore mi ha raccontato che quando demolirono il vecchio portico e scavarono per fare le fondamenta del nuovo, trovarono scheletri umani. Il ricordo del signor Agus è molto nitido, in quanto anche lui prese con le mani queste ossa, che furono deposte nei cesti che venivano usati per trasportare il materiale, però non sa dire di quante persone si potesse trattare, ma dice: “ erano tante ossa”. Venne avvisato il Parroco di Ghilarza, che allora era Monsignor Antonio Loi, attualmente defunto, che fece portare le ceste piene di ossa al cimitero di Ghilarza, ove vennero riposte nell’ossario. Ma non c’è nessuna registrazione di questo fatto, per cui tutto è affidato alla memoria del signor Agus e di  una signora che mi ha raccontato di aver visto le ceste piene di ossa in occasione di una visita  a San Serafino.

Dopo i lavori del 56 ce ne furono degli altri, volti a rinforzare la struttura della chiesa. Durante tali lavori, eseguiti nel 1985,  furono rinvenuti, sotto l’altare, nel contesto di una precedente costruzione, una tomba con due scheletri, molto antichi, che vennero prelevati dalla sovrintendenza alle belle arti per essere datati, ma questi, con tutta evidenza non possono essere dei nostri prigionieri. Nel corso degli stessi lavori furono fatti degli scavi tutto attorno alla chiesa per rinforzarne le fondamenta ,ma non venne rinvenuta alcuna tomba. Queste notizie sono certe perché sia io che il Signor Tomaso Sanna, che in quell’epoca era sindaco di Ghilarza, abbiamo parlato con diversi muratori che fecero quei lavori.

Un altro grande lavoro fu fatto, ancor più di recente, per sistemare tutto il piazzale a destra della chiesa e non fu rinvenuto alcunché.

Tirando le somme, si può, abbastanza verosimilmente, concludere che gli scheletri trovati  sotterrati nell’area del portico anteriore, potrebbero essere quelli dei 7 prigionieri della prima guerra mondiale, che morirono tutti il giorno 19 gennaio 1919 in san Serafino, come risulta dai registri conservati nell’archivio storico di Ghilarza. D’altronde nel telegramma al Prefetto il sindaco di allora scriveva di “luogo recinto attiguo alla chiesa” Ora in quel periodo l’unico luogo recinto era il portico oppure a destra della chiesa, dove in una foto degli anni 40 si vede un muretto in pietra. Ma lì gli scavi per sistemare la piazza non misero in luce nulla.

Sempre il signor Sanna mi ha detto che un suo amico , attualmente defunto, gli diceva di aver sentito raccontare da suo padre di una carretta con diversi cadaveri di prigionieri che da san Serafino vennero portati al cimitero di Ghilarza e sepolti nel terreno.  Erano probabilmente i cadaveri degli altri 5 prigionieri, deceduti pochi giorni dopo i primi sette. Ma anche di questo fatto non c’è traccia scritta, se non della morte avvenuta in san Serafino. Nei primi decenni del 1900 i cadaveri sepolti nel terreno venivano lasciati solo 10 anni e poi le ossa venivano poste nell’ossario in maniera anonima.
Una signora di Ghilarza, attualmente ultraottantenne, mi ha raccontato una storia di fantasmi, che, a sua detta, avrebbero infestato uno dei "muristenes" del novenario, dove lei, allora ragazzina, andava a "novenare". Gli anziani dissero alla ragazza che erano gli spiriti dei prigionieri di guerra morti in san Serafino, i cui cadaveri venivano depositati in quella stanzetta in attesa della sepoltura. In effetti, se i 7 prigionieri morirono tutti il giorno 19 e il telegramma al prefetto fu spedito il 30 gennaio del 1919, quei cadaveri rimasero insepolti per tanti giorni. La signora in questione non ha permesso che la sua testimonianza venisse filmata, ma aggiunge un ulteriore tassello alla veridicità dell'ipotesi che le ossa rinvenute  nel portico siano veramente dei prigionieri di cui parliamo.

Dunque non ci resta che concludere che le ossa di quei prigionieri ungheresi sono mescolate alle ossa dei ghilarzesi nell’ossario del nostro cimitero e mai si potrà risalire alla loro identificazione.

In occasione del primo centenario dello scoppio in Europa della Prima Guerra Mondiale, vogliamo ricordare questi  “caduti” a causa della follia umana che cede alla tentazione della violenza e fa scoppiare le guerre, che, lungi dal migliorare le situazioni di attrito tra i vari popoli, non fanno altro che creare distruzione, morte e ulteriore inimicizia.

Allego l’elenco dei prigionieri deceduti a san Serafino (foto tratta dalla tesi di laurea del dottor Giorgio Madeddu)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Palmas