11 FEBBRAIO 2015 BEATA VERGINE DI LOURDES GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

07.02.2015 19:15

Come ogni anno nella nostra Parrocchia viene celebrata la ricorrenza della B.V. di Lourdes con la Santa Messa dedicata agli ammalati e agli anziani e la celebrazione comunitaria del Sacramento degli infermi.
L'Ufficio nazionale per la "Pastorale della Salute", organo della CEI, ha scelto il tema:

Sapientia cordis - «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo»  (Gb 29,15)n

Dalla scheda teologico-pastorale, preparata dal detto Ufficio:


1. ogni uomo, in ogni circostanza e situazione di vita, ha bisogno dello Spirito di sapienza per cogliere i segni della presenza provvidente e misericordiosa di Dio, conoscere la sua volontà, discernere il bene dal male.Ne ha bisogno il singolo nel suo cammino di vita e ne ha bisogno la Chiesa per vivere la sua vocazione di popolo di Dio, segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (cfr. LG 1 e 9). Sappiamo,infatti, che per la Bibbia il cuore è il centro profondo, originante il mistero della persona; è il luogo delle scelte, dove la riflessione si intreccia con la decisione di agire. Potremmo dire che il cuore è la sintesi di intelligenza, volontà, amore, azione: appunto la vita dell’uomo». Il tema della XXIII Giornata Mondiale del Malato invita la comunità cristiana a chiedere al Signore il dono della sapienza del cuore.


2. L’esigenza di chiedere a Dio questo dono si fa ancora più forte quando la malattia bussa alla porta e fa sentire la sua scomoda voce. Il libro di Giobbe riporta un lungo soliloquio (capp. 29-31) nel quale l’autore colpito da sofferenze di ogni tipo, ricorda le opere di giustizia da lui compiute quando era ricco, felice e onorato. Quante volte, soprattutto se la malattia si mostra particolarmente aggressiva e prolungata, il ricordo di tempi sereni e pieni di vigore torna ad affacciarsi alla mente: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (Gb 29,15). talvolta questa memoria diventa occasione di ringraziamento, altre volte di rimpianto e di collera, e causa quindi di ulteriore sofferenza. Come non mai, è quello il momento in cui gridare come il cieco di Gerico: «Signore fa che io veda» (Lc 18,41) e ripetere con fiducia: «donaci o Signore la sapienza del cuore!».
Scrive papa Francesco con grande delicatezza e pudore: «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino». E ancora: «Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore. Contemplando l’unione di Cristo con il Padre, anche nel momento della sofferenza più grande sulla croce (cfr. Mc 15,34), il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù… All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna... In Cristo, Dio stesso ha voluto condividere con noi questa strada e offrirci il suo sguardo per camminare nelle vie dello Spirito e vedere in essa la luce. Cristo è colui che, avendo sopportato il dolore, “dà origine alla fede e la porta a compimento” (eb 12,2)» (Lumen Fidei 56-57).


3. Poiché la Chiesa è segno e strumento dell’intima unione con Dio, la comunità cristiana è chiamata a stringersi attorno alle sue membra sofferenti, camminare con loro, accompagnarle con sollecitudine, consolarne la solitudine. Questo avviene ogni qual volta «la comunità evangelizzatrice si mette, mediante opere e gesti, nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (Evangelii Gaudium 24). L’immagine di Gesù che tocca gli occhi del cieco di Gerico per ridargli la vista ci ricorda la missione del Figlio di Dio venuto per toccare la carne sofferente dell’umanità e portare salvezza.


4. La Chiesa continua la missione di Gesù: come Lui dobbiamo guardare ai ciechi e agli zoppi delle nostre comunità per portare Parola e cura. Infatti, la dimensione caritativa non è conseguenza dell’evangelizzazione, ma suo fondamento. tale prossimità si fa ancora più necessaria in questo tempo difficile nel quale vediamo aumentare la povertà e la conseguente difficoltà, per molti, ad accedere alle cure necessarie. Scrivono i Vescovi italiani: «I “diritti dei deboli” si fanno, giorno dopo giorno, “diritti deboli”: sono quelli dei disabili, delle persone affette da forme gravissime di sofferenza psichica, dei lungodegenti, degli inguaribili, dei malati cronici, di quanti necessitano di riabilitazione intensiva» e questo «a causa di una visione riduttiva della persona umana e da interessi economici». In questo contesto, una sanità a misura di famiglia appare ancora lontana.
Mentre la comunità cristiana è chiamata a farsi voce dei più deboli e fragili, non può cessare di offrire opere-segno a favore delle vittime della cultura dello scarto, opere che rendono ulteriormente credibile l’annuncio del Vangelo della carità. Esorta papa Francesco: «tutti dobbiamo uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Evangelii Gaudium 20).